Il castello sul lago incantato

 

Il castello sul lago incantato3
Il castello sul lago incantato

(Fiaba di Marcella Piccolo)

C’era una volta, in un paese lontano, un castello incantato, abitato da fate. Ogni notte, le fate, scendevano nell’acqua che circondava il castello, per nuotare e cantare. Si diceva che se un viandante le avesse viste nuotare leggiadre nell’acqua e avesse udito il loro canto melodioso, sarebbe impazzito d’amore.
In una notte luminosa d’Agosto, mentre le stelle cadenti solcavano il cielo un giovane cavaliere attraversava la brughiera per tornare al suo palazzo, il suo cavallo era stanco ed assetato, si avvicinò così alla riva del lago per farlo abbeverare. Guardando il luccichio delle stelle che si rifletteva nell’acqua, si accorse di alcune figure di donna che volteggiavano sinuose nell’acqua limpida. Avevano la pelle bianchissima come i raggi di luna, i capelli lunghissimi e scuri come un cielo senza stelle. Il giovane cavaliere, rimase incantato a guardarle mentre il cavallo si abbeverava; non avrebbe mai più voluto voltarsi per riprendere la strada di casa, ma infine, l’impazienza del cavallo lo riportò alla realtà, tirò le redini e riprese la sua strada, mentre il suo volto ancora indugiava voltato verso l’acqua del lago, doveva ritornare, lo attendevano al palazzo. Gravi fatti erano accaduti mentre lui si trovava a studiare all’estero: i suoi genitori erano morti, (qualcuno diceva che fossero stati assassinati), il suo tutore lo attendeva per fargli conoscere la fanciulla che sarebbe poi diventata la sua sposa, per poi incoronarlo Re in successione a suo padre.

(3 puntata) – Cavalcò ancora alcuni giorni, lungo sentieri, vallate e campagne, ma infine arrivò al suo palazzo, dove ebbe però la sgradevole sensazione, che nessuno più lo riconoscesse: tutti i servitori di suo padre erano stati sostituiti oppure erano morti, solo il suo tutore e pochi altri erano rimasti quelli che aveva conosciuto fin da fanciullo.
Venne dato un banchetto in onore del suo ritorno, dove gli furono presentati i nuovi collaboratori, e infine conobbe la fanciulla che sarebbe divenuta la sua sposa.
Oh! Meraviglia! Era bella come nessuna sulla faccia della terra! Il suo volto splendeva come la luce del sole! Gli occhi chiari, avevano la profondità dell’acqua del mare, guardando quegli occhi, rimase incantato e assente a tutto ciò che esisteva attorno. Riuscì solamente a pensare:
«Che felicità, sposare una ragazza così bella!»
Infine, quando il banchetto terminò, andò finalmente a dormire nella sua camera, era stanco dal lungo viaggio, ed esausto per le emozioni della serata, da non riuscire a prendere sonno. Passavano le ore della notte buia, sentiva solo il rumore dell’orologio a pendolo appeso alla parete della camera, e il leggero fruscio delle foglie mosse dal vento fuori nel parco.
Un rumore secco lo distolse dai suoi pensieri… qualcuno stava forzando le imposte della finestra! Rimase fermo fingendo di dormire con gli occhi semichiusi pronto all’azione. 

(4 puntata) Nel buio vedeva un’ombra camminare nella stanza, si stava avvicinando silenziosa al suo letto, nella quiete ovattata della stanza, il suo cuore tumultuoso batteva come zoccoli di mille cavalli al galoppo.
«Non ancora…», pensava, rimanendo immobile e pronto a scattare come belva in agguato «non ancora…», mentre l’ombra ormai vicina incombeva sopra di lui, con un balzo felino si sollevò dal letto, respingendo l’intruso, sbattendolo al suolo, e mentre le mani veloci gli serravano la gola, il ginocchio come macigno lo spingeva su l’addome.
«Pietà mio signore!» La voce nel buio suscitava ricordi, ricordi antichi di favole e giochi. Spalancò la finestra…l’aurora invase la stanza, i suoi occhi si accesero alla nuova luce: un vecchio giaceva sul pavimento.
«Anselmo!» Esclamò il giovane al vecchio domestico degli anni passati.
«Mio signore, vi chiedo perdono, non era mia intenzione farvi del male, sono venuto soltanto per mettervi in guardia!»
«Non mi è stato permesso di venire a salutarvi, in nessun modo ho potuto avvicinarmi a voi, ma volevo assolutamente farvi conoscere i fatti che sono accaduti durante la vostra assenza.
Un grave complotto è in atto nel reame: i vostri genitori non sono morti entrambi di malattia, ma sono stati avvelenati, come anche il loro cane, che mangiava ai loro piedi lo stesso cibo, io stesso ho fatto la scoperta:
La sera della cena, quando i vostri genitori si sono accasciati sulla tavola privi di vita e il vostro tutore insieme al medico del palazzo provvedevano ai soccorsi, io portai via il cane, anche lui morto, per seppellirlo nel parco.
Portai via anche la ciotola con gli avanzi di carne e la lasciai nel bosco, a disposizione degli animali selvatici.
La mattina seguente, andai per completare il lavoro alla luce del giorno, e vidi la ciotola vuota, e accanto dei topi ed anche un lupo morti anche loro come il cane, con della bava nera alla bocca… (continua)

(5°) C’era veleno nella ciotola del cane, e il cibo proveniva dai piatti dei vostri genitori, quindi anche loro sono stati avvelenati. Non fidatevi di nessuno qui a palazzo, i servitori fedeli sono stati allontanati, io sono fra quelli».
Dei passi pesanti risuonarono per il corridoio, un’ombra di terrore sfiorò il viso di Anselmo che come una preda braccata, si voltò veloce verso la finestra aperta, scavalcò il davanzale, saltò sul grosso ramo dell’albero più vicino, e rapidissimo, di ramo in ramo, come una scimmia, scese giù fino al prato e scomparve tra i cespugli del parco. Un bussare impetuoso si sentì alla porta, esitò qualche secondo pensando al da farsi, quando questa si spalancò lasciando entrare guardie armate accompagnate dal suo tutore che ordinò:

«Alla finestra presto! Lanciate dardi! Ancora! Laggiù, nei cespugli!»

«Ma, cosa succede? Come osate entrare nella mia camera senza il mio permesso?» Esclamò il principe.

«Chiedo scusa mio Principe», rispose il tutore, «ma è per la vostra sicurezza, le sentinelle hanno avvistato qualcuno che saliva dalla vostra finestra, avevamo timore che fosse qui per uccidervi».

«Io ho visto solo un gatto! Ho aperto io la finestra per vedere cos’era, ma c’era solo un gatto che è fuggito tra i cespugli, quando siete entrati facendo tutto quel baccano! Uscite! E lasciatemi dormire, che sono stanchissimo!» Ordinò il principe.

Uscirono tutti, e la notte continuò insonne, tormentata da mille pensieri e disturbata dai rumori delle guardie nel parco che, su ordine del tutore, continuavano a cercare colui che era venuto alla finestra per attentare alla vita del principe.

La mattina, arrivò veloce, gli impegni della giornata erano molti, doveva presentarsi dalla ragazza designata a diventare sua sposa e chiedere la sua mano, questo pensiero lo ripagava per tutte le ansietà della notte, era ansioso di rivederla, farle la richiesta di matrimonio e di abbracciarla e baciarla come sua futura sposa. E poi, con lei, senza dubbio, ogni altro problema del reame, verrà risolto.

Indossò il suo abito più sfarzoso, come si conviene ad un futuro re, aprì lo scrigno dei gioielli di sua madre, e prese l’anello prezioso da regalare alla sua fidanzata.

Si avviò con il cuore felice verso la stanze della fanciulla, forse era un po troppo presto per presentarsi a lei, le donne di solito, impiegano ore per farsi belle, anche se lei non aveva certo bisogno di tanti artifici per diventare bella.

Continuava a passeggiare nel lungo corridoio che immetteva alle stanze di lei, incapace di decidersi a chiedere di entrare quando un grido acuto lo decise a rompere ogni indugio, era la voce di lei che urlava! Era un grido di dolore!

Con foga spalancò la porta e travolse le guardie appostate, correndo verso le stanze della sua amata. La trovò già vestita, bellissima, con i capelli sciolti sulle spalle ancora da acconciare.

Stava rimproverando la cameriera che la pettinava, non si era ancora accorta di lui, aveva in mano il ferro per fare i ricci, e con quello stava percuotendo la donna lasciando dei segni di bruciatura sulle braccia e sul viso:

«Maledetta strega! E’ troppo caldo! Mi stai bruciando i capelli!»

La donna cadde a terra implorando perdono, ma la furia della sua padrona non si fermava, la mano ancora alzata per colpire, gli occhi lampeggianti di odio, incontrarono quelli del principe, e l’espressione irosa, lasciò il posto ad un candido sorriso:

«Mio principe! Quale gradita sorpresa! Siete in anticipo! Vi aspettavo fra mezz’ora!»

«Scusatemi, mia signora, ero impaziente di vedervi, e mentre aspettavo fuori, ho sentito le vostre grida d’aiuto, non ho potuto fare a meno di correre qui per soccorrervi, temendo per voi».

«Non è nulla, vi ringrazio della premura nei miei confronti, è stato solo un piccolo contrattempo, quella donna maldestra, stava per bruciarmi i capelli, sarò pronta comunque presto, per ricevervi».

«Vi aspetto fuori fra mezz’ora, conterò i minuti!»

Tornò fuori ad aspettare, cercando di calmare l’ansia che invadeva il suo cuore, forse l’attesa, forse la scena appena vista, ma si sentiva turbato, attese camminando e misurando a grandi passi il corridoio e contando più volte le piastrelle che lo decoravano.

La porta si aprì, ma non era la fanciulla tanto attesa, la donna che uscì, aveva il segno di una bruciatura sul viso, camminava curva guardando per terra, ma quando gli fu accanto, sollevò lo sguardo e con un sospiro gli rivolse la parola:

«Mio principe, perdonate il mio ardire, sono Loriana, la figlia della pettinatrice della vostra compianta madre, per il bene che ho voluto alla mia amatissima regina, devo informarvi per il vostro bene, conosco bene la contessa… perché da anni sono al suo servizio, non si fidi di lei! Stia attento mio signore, è una donna malvagia e senza cuore! Anche il suo tutore, è un uomo senza scrupoli che non esita ad uccidere chi intralcia il suo cammino!

Hanno una tresca insieme, quando la mattina entro in camera della contessa per la colazione, spesso lo trovo con lei, nel suo letto! Mi creda, mio principe, per il bene che ho voluto alla mia regina che mi ha tenuta da piccola sulle sue ginocchia, non gli mentirei mai!»

Un rumore leggero di passi si udì nel corridoio, il principe si voltò, ma non c’era nessuno, la donna, spaventata fuggì via.

Udite queste parole, il principe rimase come colpito da un pugno, ma non poteva crederci, la buona donna certamente non parlava della contessa … non parlava della sua amata.

« No! Impossibile, una fanciulla così dolce, così pura, non può avere una tresca con il tutore! Senza dubbio la pettinatrice si è sbagliata! Oppure le sue parole sono dettate dall’ira e dal desiderio di vendetta per le percosse ricevute! Sì, senz’altro sarà così, non ci può essere un’altra spiegazione».

La porta finalmente si aprì e ne uscì la contessa, elegantissima, pettinata e ingioiellata come una regina, lo splendore del sole non poteva competere con il suo sfarzo, il suo sguardo luminoso, ombreggiato da lunghissime ciglia, si posò su di lui, abbassandosi subito dopo, con un gesto di grazioso e casto pudore.

Il principe offrì il suo braccio per accompagnarla nel salone dove erano attesi, il contatto con lei, insieme al suo profumo, lo avvolsero in un’estasi di felicità facendogli dimenticare tutto e tutti.

Nel salotto erano attesi dal tutore, come sempre accompagnato dalle sue guardie, e da alcuni nobili di corte, il giovane principe fece la domanda ufficiale di matrimonio lei rispose: «Sì!» con gli occhi lucidi, visibilmente commossa, ricevette al dito anulare il prezioso anello di fidanzamento della regina e furono ufficialmente fidanzati, con promessa di officiare il matrimonio nello spazio di due mesi, tempo necessario per organizzarlo.

Un’indescrivibile commozione invase il cuore del principe, vennero distribuiti i rinfreschi, ma lui non toccò cibo, trovò sollievo solamente in alcune coppe di vino, continuava a guardare la sua amata, i suoi occhi erano fissi su di lei, stava ricevendo i complimenti dai membri della corte, alcune amiche le stavano attorno lusingandola e accarezzandola, anche il tutore la stava guardando, con il suo sguardo fermo e altero, un leggero sorriso sfiorò il volto dell’uomo mentre incontrava lo sguardo di lei, un sorriso di compiacimento, mentre gli occhi rimanevano freddi e vigili, ad osservare tutti i convenuti e tutti i servitori che affollavano la sala.

La notte la passò sognando di fare lunghe cavalcate nel bosco insieme alla sua amata, attraversando campi di grano maturo, laghi e fiumi, cascate grondanti di acqua fresca e trasparente, bagnarsi in quell’acqua e poi correre ridendo per poi lasciarsi cadere abbracciati sui prati verdi, con il vento tiepido che scioglieva i capelli della ragazza, capelli lucenti, profumati e … neri! (continua)