Restiamo in casa a leggere!

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Prendiamo esempio dal Decameron, restiamo in casa!

 

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Nel 1348 a Firenze imperversava la peste, Dieci giovani si chiusero in una casa di campagna fornita di tutto il necessario per sopravvivere e non uscirono, finché la peste non passò. Trascorsero il tempo raccontandosi novelle, facendo musica e giocando. E infine SOPRAVVISSERO!
Quindi anche noi: RESTIAMO A CASA!

Scarica l’ebook Gratis: https://www.liberliber.it/mediateca/libri/b/boccaccio/decameron/pdf/boccaccio_decameron.pdf
Proemio
COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO DECAMERON, COGNOMINATO PRENCIPE GALEOTTO, NEL QUALE SI CONTENGONO CENTO NOVELLE IN DIECI DÌ DETTE DA SETTE
DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI.
Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come
che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol trovato in alcuni; fra quali, se alcuno mai
n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di quegli.

Per ciò che, dalla mia prima giovinezza infino a questo tempo oltre modo essendo acceso
stato d’altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo, si richiedesse, quantunque appo coloro che discreti erano e
alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma
per soverchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a niuno convenevole termine mi lasciava un tempo stare, più di noia che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea.

Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti d’alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni,

che io porto fermissima opinione per quelle essere avvenuto che io non sia morto.
Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn’altro fervente e
il quale niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per sé medesimo in
processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette né suoi più
cupi pelaghi navigando; per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso.
Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria fuggita de’ benefici già ricevuti, datimi da coloro
à quali per benivolenza da loro a me portata erano gravi
le mie fatiche: ne passerà mai, sì come io credo, se non
per morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io
credo, trall’altre virtù è sommamente da commendare e
il contrario da biasimare, per non parere ingrato ho
meco stesso proposto di volere, in quel poco che per me
si può, in cambio di ciò che io ricevetti, ora che libero
dir mi posso, e se non a coloro che me atarono alli quali
per avventura per lo lor senno o per la loro buona ventura non abbisogna, a quegli almeno a qual fa luogo, alcuno alleggiamento prestare. E quantunque il mio sostentamento, o conforto che vogliam dire, possa essere e sia
a bisognosi assai poco, nondimeno parmi quello doversi
che io porto fermissima opinione per quelle essere avvenuto che io non sia morto.